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sabato 2 marzo 2013

Aufklärung ad Alessandria

Triste ammetterlo, ma probabilmente la misantropia che mi contraddistingue non è solo merito mio e non è tutta farina del mio sacco. Non è qualcosa che ho da sempre.
Certo, fin da bambina piccolissima sono sempre stata solitaria e diffidente verso il prossimo. Non mi sono mai piaciute le situazioni di “gruppo” o di “branco”, ho sempre odiato giocare a palla prigioniera, ce l’hai o bandiera, e sono una maestra nell’inventare ogni tipo di scusa per evitare feste di compleanno, cene con i colleghi, battesimi, matrimoni, lauree, braciolate, merendini, evviva andiamo tutti insieme al fiume a fare il bagno, evviva andiamo tutti insieme in vacanza, evviva facciamo tutti insieme un campeggio, evviva sediamoci tutti insieme intorno al fuoco a raccontarci le cose…ecco…per carità, no. Tutti insieme no. Io e te e un altro al massimo ok, va bene, se proprio insistete. Ma se siamo più di 4 no guarda, facciamo un’altra volta che oggi ho avuto una giornataccia al lavoro e stasera non sono in gran forma chehomalditestamaldipanciaattacchidansia, ecc. E poi c’è Mistero, ma come faccio ad uscire, dai, anche voi….
Sì, ho sempre evitato i gruppi. I gruppi mi fanno tantissima paura. Perché lì tutti si sentono forti. Tranne me. Nei gruppi conta solo essere spigliati e divertenti. Io non sono molto spigliata. E nemmeno troppo divertente. E l’esserlo non è una di quelle cose come l’intelligenza, che puoi fare finta e magari non ti scoprono. No, o lo sei o non lo sei, e se non lo sei si vede. E più cerco di dire a me stessa di reagire, di prendere in mano la situazione e lasciarmi andare, più perdo il senso della realtà e mi estraneo completamente. Mi estraneo talmente tanto da non sentire nessuna voce e vedere nessun volto. Da non ricordare nessun avvenimento e nessun luogo in cui sono stata. L’unica soluzione è bere moltissimo. Ma non perché così mi lascio andare e ta-dà divento sciolta e simpatica, semplicemente perché così almeno sto male, vomito e mi portate a casa, per favore.
Devo dire che questo mio particolare modo di percepire il mondo non è vincolato necessariamente alle situazioni di socialità, ma è proprio peculiare del mio rapporto con la realtà.
Quando ero più giovane definivo questo mio modo di essere, una “spiccata capacità di astrazione”. Ora tendo a non volerlo definire per evitare di dare un nome clinico a qualcosa che fino a poco tempo fa era un grande pregio della mia mente.
Diciamo che a un certo punto mi sono resa conto di non essere mai esattamente nella realtà esperienziale, non solo del qui e ora, ma anche in generale. Non solo non vedo né percepisco quello che mi accade in questo momento, ma nemmeno ho completa percezione di elementi fisici che mi circondano per la maggior parte della giornata. Per esempio non saprei dire che taglio di capelli ha il mio miglior amico e nemmeno sarei in grado di affermare con certezza che il colore dei muri del palazzo in cui vivo è il beige (o grigino, o marrone, o bo, va bene, dai non lo so, inutile stare a girarci troppo intorno). Non è una questione di memoria. O di fisiognomica. E’ proprio una questione di concentrazione: io sono sempre e solo attenta a ciò che penso e null’altro. Mio malgrado vivo sempre rinchiusa nella mia mente. Che tra l’altro non è nemmeno un posto particolarmente accogliente e confortevole.
La realtà lo è molto di più. Quando mi impegno e cerco di percepirla, mi rendo conto che è molto più semplice di quello che sembra nella mia testa.
Un mio professore universitario, nonché scrittore di best sellers dell’ultimora, chiamava questa pratica “sega mentale”. E sosteneva che per essere felici bisognasse semplicemente smettere di pensare e vivere nella realtà. Nel qui ed ora. Esperire. Sentire. Toccare. Essere in contatto con il corpo e il mondo.
Io purtroppo non ci riesco. Sono la regina della masturbazione mentale. Non sono sinceramente nemmeno sicurissima di esserci nella realtà. Cioè, non sono proprio certa di essere vera. Di essere materiale. Di vivere. Né che ci sia un corpo e un mondo con cui stare in contatto. Porca troia, Cartesio mi capirebbe sicuramente. Penso che la mia vita sia tutta per intero una masturbazione mentale iniziata quando ho aperto gli occhi ed emesso il primo vagito. Certo, non so se è proprio masturbazione. Si vede che quel professore non frequentava molto la mia mente. La masturbazione è qualcosa di solitario e piacevole. La mia vita mentale non è esattamente così. Anzitutto non è piacevole. E poi, benché estraniata, è in relazione con il reale . E’ più come un rapporto sessuale con qualcuno che ti fa schifo, ecco. E’ quasi uno stupro, direi, almeno in certi momenti. Sì, la realtà mi stupra il cervello. Questa è la conclusione.
E diciamo che i Gary Ridgway e i Ted Bundy della mia mente sono le persone comuni. Loro mi seviziano, torturano, uccidono. Ogni giorno. A poco, a poco.
Ogni giorno vedo tantissime persone. Ogni giorno subisco una sevizia.
E queste sevizie, perpetuate nel tempo, hanno creato e alimentato la mia misantropia. Come una persona che molestata per anni, difficilmente trarrà mai piacere dal sesso, ecco.
La diffidenza verso il prossimo ce l’ho sempre avuta. Ma la misantropia no, è colpa vostra.
E’ la mia difesa.
Ecco, la mia misantropia è sbocciata negli anni, probabilmente dai semi della sociopatia, non so, prima fragile germoglio e poi robustissima piantaccia sempreverde e rampicante, tipo l’edera, che non la stacchi nemmeno a morire. La misantropia è come l’edera, s’attacca dove vuole.
A me si è attaccata e ormai non posso più farci niente. A volte mi impegno a sradicarla, perché penso, Ah chissà quante cose meravigliose potrebbero accadermi se aprissi il cuore al mondo, ma immediatamente l’edera si attorciglia intorno al mio collo, mi sento soffocare, stringe, stringe fortissimo, mi manca l’aria, aiuto devo uscire, un sorso d’acqua per favore, mi stendo un attimo con le gambe alzate, no, non vi preoccupate è solo un abbassamento di pressione, poi mi passa. E invece no, è il rampicante della misantropia che mi soffoca e mi fa venire gli attacchi di panico.
Però davvero io ci provo.
Nessuno che si iscriva alla facoltà di filosofia ci va da misantropo. Ci si iscrive perché si crede fortemente nell’umanità. Si crede nell’uomo, essere “superiore” perché pensante.
E’ il momento della vita in cui si è illuministi. Ottimisti. E si pensa che l’uomo abbia un dono incredibile. Il suo intelletto, la sua ragione, il libero arbitrio, la capacità di compiere scelte morali. E’ l’Aufkalrung.
La Storia dell’Uomo e la vita di un uomo seguono le stesse tappe, più o meno. E così ,dopo l’Illuminismo e il credere nel lume della ragione come fiaccola che illuminerà la storia, l’umanità, il progresso, e dopo una breve parentesi romantica di cui non vado molto fiera, ecco arrivare il mio Novecento, il mio nichilismo. Eccomi lì. Non so se ne uscirò. Non so se l’Uomo ne è uscito e ne uscirà mai.
Nichilismo e misantropia sono subentrati in maniera violenta da quando passo la maggior parte della mia vita ad Alessandria. Da quando ho un’edicola che mi porta a contatto con tutti i Ted Bundy dell’intelletto. La mia edicola è il ricettacolo del male. Davvero.
E grazie a voi, cari miei, ho perso la fiducia nella ragione. Nell’uomo. Nella morale.

Tu, quando hai baciato il giornale con la foto della Madonna distrutta durante la manifestazione degli Indignati a Roma, tu che eri disperata per come avessero conciato “la tua madonnina, o mio dio, cosa le avete fatto?” e hai posato le tue vecchie labbra a baciare la rappresentazione fotografica di una rappresentazione scultorea di una rappresentazione iconografica di una rappresentazione religiosa di una stupida idea come la madre di dio…..ecco in quel momento mi hai fatto più male di quello che i black block hanno fatto al tuo dio. Mi hai stuprato di nuovo la mente. Hai contribuito a terminare il mio  Aufklärung personale. Hai dato nuova linfa al mio rampicante misantropo. Mi hai fatto male. Male vero. Un male reale.

E tu, quando per diciottesimo, hai fatto la stessa “battuta” dicendomi “Vorrei un Piccolo e un Grande” ironizzando nella maniera più stupida possibile sul fatto che compri un quotidiano che si chiama Piccolo e un cazzo di giornale che si chiama Grandhotel e il tuo cervello ha fatto questo splendido ed esilarante collegamento, come gli altri 17 prima di te e come altri 51 dopo e come hai già fatto settimana scorsa insieme agli altri 73 e la settimana prima con i tuoi altri 58 amici comici. Ecco, anche tu hai contribuito ad uccidermi. Anche tu mi hai fatto male. Male vero. Un male reale.

E tu che hai esaltato te stessa come se fossi un genio creativo perché un giorno “ho avuto un’illuminazione – bè, sentiamo, che ci sia un barlume di Aufklärung qui ad Alessandria? – “Cioè, non ci puoi credere, una cosa incredibile, una cosa che, cioè, mi ha detto: allora vedi il tuo cervello funziona ancora, è ancora brillante e geniale come da ragazza, sei ancora al passo con i tempi e trendy… Sono un vero e proprio genio: ho preso un pennarello rosso e uno nero e sono andata alla mia insegna MODACAPELLI e davanti con questi due strumenti ho CREATO: ho scritto I (pennarello nero) <3 (pennarello rosso) e così ora il mio negozio si chiama i <3 modacapelli (scritto in pennarello sull’insegna?! O__O). Cioè sono un genio vero?”
Ecco tu genio di sto cazzo hai contribuito a spegnere il lume della ragione dell’umanità. Anche tu mi hai fatto male. Male vero. Un male reale.

E tu, Stampa Gaszeta. Anche tu mi hai fatto male. Male vero. Un male reale.

E tu, Buongiorno per tutto il giorno. Anche tu mi hai fatto male. Male vero. Un male reale.

E tu, L’importante è la salute. Anche tu mi hai fatto male. Male vero. Un male reale.

E tu, Metto un euro nel portafortuna. Anche tu mi hai fatto male. Male vero. Un male reale.

E tu, Prendo i giornali di mio figlio – e quali sono? – eh non lo so se non lo sa lei, ma insomma dico io! Anche tu mi hai fatto male. Male vero. Un male reale.

E tu, Leggo solo telesette perché sono abituata. Anche tu mi hai fatto male. Male vero. Un male reale.

E tu, No, non ho soldi piccolo Paolo per prenderti i libri da leggere, ti dò un euro per le figurine. Ah aspetta che gioco i 49 euro di resto alle macchinette. Anche tu mi hai fatto male. Male vero. Un male reale.

E tu, Prendo la cassetta di sanfrancesco – non è cassetta è dvd – ma come non è cassetta?! – eh ora ci sono i dvd – ma è lo stesso? – no – ma questo è troppo sottile per essere una cassetta – infatti è un dvd – vabbè lo prendo anche se non posso vedere i dividdì perché cmq è sanfrancesco - Anche tu mi hai fatto male. Male vero. Un male reale.

E ne avrei a centinaia di demoni come questi da evocare. Tutti i demoni della quotidianità.
Tutti protagonisti di piccoli eventi volti a scalfire man mano quel po’ di Aufklärung personale che conservo nel cuore. Tutto questo male reale è la realtà che mi rimane. E’ la realtà della normalità, delle persone. Ecco perché fuggo. Ecco perché sono meglio le seghe mentali. Ecco perché “ho una spiccata capacità d’astrazione” volta ormai in patologia.
Mi spiace cari miei, non so da voi, ma qui di  Aufklärung non se ne vede….
Ho solo centinaia di aguzzini pronti a torturarmi. E io sono qui ad aspettare che la mia misantropia si trasformi un giorno in sindrome di Stoccolma, sperando così di soffrire un po’ di meno.

giovedì 19 aprile 2012

La più che sostenibile leggerezza dell'essere un peso per gli altri


La primavera è arrivata volando sulle ali dell’Alprazolam. E’ planata un giorno in giardino e mi ha colto nella solita disperazione esistenziale di chi vive nella condanna dell’insoddisfazione data da aspettative esageratamente elevate rispetto alle proprie possibilità.
La primavera ha deciso per me che è arrivato il tempo delle pulizie. Ovviamente non parlo di pulizie domestiche, che dio me ne scampi. Parlo di eliminare il superfluo.
Le prime cose totalmente inutili di cui intendo sbarazzarmi sono la mia ostinazione e il mio rigore. Basta! Voglio vivere da debosciata. Smettere di lavorare. Farmi mantenere da qualcuno. Lamentarmi tantissimo di tutto. Lamentarmi su Facebook della mia esistenza inutile e vuota. Ubriacarmi e pubblicare le foto mentre vomito e prendere 289 mi piace da tutti quei coglioni che, mentre ero ripiegata sul cesso il martedì sera, stavano andando a riposare con già l’ansia della giornata lavorativa successiva.
Lamentarmi che non ho i soldi e farmi pagare le cose da tutti. Soprattutto da quelli che, non avendo di meglio da fare, quei soldi se li sono pure guadagnati.
“Eeeeeh, beati voi che lavorate. Io stasera non posso nemmeno permettermi una birretta…. (ndr: ovviamente si deve usare proprio il termine birretta, perché il fatto di farla apparire come una cosa piccola e carina utilizzando un vezzeggiativo, porta l’interlocutore a farsi maggiormente ingannare e a cadere nella trappola che gli sto sagacemente tendendo…se chiedessi una birrona lo spaventerei, chissà quanto costa una birrona…sempre uguale, tanto mi prendo comunque una media delle più care, perché a me, adesso che sono mantenuta, povera ma esistenzialista, piace solo la birra artigianale irlandese fermentata nelle botti medievali di sta minchia e imbottigliata nel vetro di murano di sto cazzo)… Certo, esco tutte le sere, anche quando voi state a casa perché l’indomani vi tocca sbattervi, ed efettivamente sì, sono sempre in giro per locali, mentre voi risparmiate facendo la spesa alla LIDL, ma, non si capisce come mai, sono povera. Stasera mi sa che non ho nemmeno i soldi per una BIRRETTA…. Ma no dai, non posso accettare…. Vabbè però se insisti…. Ti ringrazio. Poi appena troverò lavoro mi sdebiterò” (eheh, certo, visto che la mia prospettiva è di non lavorare mai più).
Voglio chiedere i sussidi al Comune per qualcosa. Non so, perché sono povera, perché sono triste, perché non sono integrata, perché sono depressa. Insomma per qualcosa. Voglio essere un peso sociale. Sì. Una 28enne che potrebbe lavorare, ma che siccome c’ha l’animo ipersensibile da artista maledetta non ce la fa a piegarsi e allora si fa mantenere dalle tasse di tutte quelle persone grigie e incasellate, che disprezza.
Bè certo. Voglio essere un peso sociale e lamentarmi tantissimo di tutto. Del fatto che non lavoro. Del fatto che non ho una casa mia. Voglio essere libera di stare malissimo.
E poi sbarazzarmi della forza di volontà. Basta essere volenterosa. D’ora in avanti non vorrò più niente. Non voglio più impegnarmi in niente. Lasciarmi andare. Non reagire più. Diventare debole. Di quelle persone di cui dicono No dai poverina, non facciamole del male perché è fragile. Esatto. Voglio essere fragile. Essere accudita. Trattata con più cura delle altre persone perché magari potrei reagire male. No, non diamole questa notizia che magari poverina ci resta male e fa una stupidata. Ecco sì. Fare le stupidate.
Tipo, non so, infilarmi nella vasca da bagno, tagliarmi le vene (ma appena appena però, perchè ovviamente ora sono più attaccata alla vita che mai, dato che sono debosciata e faccio il cazzo che voglio, anche se  dico che voglio morire sempre) telefonare ad un’amica per dirle Aiuto, mi sono tagliata le vene perché la mia vita fa schifo. Aiutami tu, ti prego. E gettarla nel panico. Farla viaggiare in macchina col cuore in gola, in piena notte anche se l’indomani lavora. Farla arrivare. Piangere sulla sua spalla. Farmi fare la camomilla. Ringraziarla. Scusarmi fingendomi umiliata di averla disturbata in piena notte. E andare a dormire. Senza pensieri. E mentre la mia amica ancora preoccupata si sveglia il mattino dopo alle 6.30 con le occhiaie e le lacrime seccate, perché ha pianto per me, e i vestiti che non si è stata a togliere tanto dopo poche ore andava a lavorare, svegliarmi bella riposata verso mezzogiorno e mezza, postare le foto su Facebook con le garze sui polsi e prendere751 mi piace e scrivere un bello stato ironico, ma con retrogusto “finto” amaro, su quanto sono profondamente depressa a causa della mia intelligenza sopra la media che mi porta ad essere esclusa dalla società. E ad odiare tutti. Soprattutto chi è ordinario e lavora. Come la mia amica.
Oh ecco. E poi voglio sbarazzarmi della mia dignità. E basta con sta storia che devi camminare a testa alta, che devi essere fiera davanti allo specchio ecc. Ma checazzomenefrega. Basta. Troppo faticoso. Camminare troppo dritti è un inutile sforzo. Meglio piegarsi un pochetto. Adottare quell’andatura un po’ svogliata del non c’ho voglia di fare un cazzo, non mi rompete i coglioni. Ecco, l’andatura comunista da centro sociale. E poi andare in piazza a dire Voi politici ci togliete la dignità. Sì, ecco, mi farò i piercing alle gengive e andrò ai colloqui di lavoro vestita da puttana con le svastiche tatuate sulle zinne, puzzando di alcol a buon mercato, per poi uscire disoccupata e incazzarmi con il sistema che non mi accetta per quello che sono, così sopra la media. Che non accetta i miei piercing alle gengive. Bastardi fascisti. O comunisti. O bo.
E poi sbarazzarmi del senso di responsabilità. E dell’affidabilità. D’ora in poi sarò un ramoscello al vento. Non contate su di me, non so se ci sarò. Ah per voi è importante, ma a me non me ne frega, perché ho perso il rispetto per gli altri. Già. Ora penso a me.  Non so a che ora arrivo. Non so quando e se torno. Non so dove dormirò. Non mi interessa perché sono poeta maledetta ed esistenzialista. Ora vado a bermi l’assenzio comprato dalla mamma all’esselunga, in riva ad un fiume da sola con l’Ipod. E vi metto la foto su Facebook.  Mamma mia quanto sono figa.
La primavera volando sulle ali dell’Alprazolam mi ha portato venti di saggezza e insieme al cielo ha schiarito i miei pensieri. Sulla mia vita. Su chi mi circonda. Spero che volando dai miei coetanei abbia portato a qualcuno l’intenzione di cominciare a sbattersi, visto che io ho finito di farlo e qualcuno dovrà pur mantenermi adesso.
Benvenuta primavera, ci si sente così leggeri quando si decide di buttare tutto il peso delle responsabilità sugli altri. E io ora sono leggera leggera. Ma essendo che ancora i miei pesi me li carico da sola, evidentemente è tutto merito dell’Alprazolam.

venerdì 21 ottobre 2011

Bene non è benissimo


Sicuramente l’autocommiserazione non è una cosa che mi appartiene. Di più, sicuramente l’autocommiserazione non è una cosa che sopporto. Di più, l’autocommiserazione mi rende violenta e spietata. Di più, per me l’autocommiserazione è di per sé ragione sufficiente (anche se non necessaria ) per giustificare un nuovo olocausto.
Sicuramente non è facile dunque per una persona come me abitare nella terra del lamento e del pessimismo. Specifico, non il pessimismo cosmico che aveva un affascinante respiro trascendentale, bensì quello mediocre dei poveretti, il lamento fastidioso di gente a cui non succede assolutamente nulla nella vita e che quindi deve aggrapparsi ad eventi totalmente insignificanti pur di lagnarsi.
E la loro misera esistenza da esseri lagnosi consiste principalmente nella ricerca di un altro da sé con cui condividere tali lagne. Perché l’unica cosa assolutamente necessaria per la vittima della società non è assolutamente una società che li renda vittime, bensì qualche povero cristo che magari ha un negozio e che quindi lascia aperta la porta a chiunque voglia entrare, un povero cristo che lo ascolti e che annuisca a quello che dice.
L’unica misura di relazione conosciuta e cercata è quella che si fonda sul confronto, che immediatamente diventa sfida, e poi subito dopo scontro, tra le disgrazie della vittima e quelle del povero cristo. E in questa situazione, per me ormai quotidiana, ecco che improvvisamente la vittima diventa carnefice, nella miglior tradizione alla Philip Zimbardo, scaricando tonnellate di inutile linguaggio spazzatura sull’interlocutore. E io, interlocutrice, che odio il vittimismo, divento non solo vittima, ma anche povera crista, cioè la dea di tutte le vittime del pianeta. E’ una cazzo di situazione che odio. Anche perché, come noterà il mio lettore, mi obbliga a lamentarmi.
A questo punto le strade sono due. Io sarei una guerriera, o forse lo ero e non lo sono più, non so, però diciamo che essendo in territorio nemico, anche se sono nel mio negozio, in quanto il mio negozio è ubicato in terra nemica, e siccome non ci sono alleati all’orizzonte e sono totalmente sola, e siccome soprattutto non ho voglia di immolarmi per una causa che sì sinceramente non è proprio la più importante della terra, ecco allora, anche se sono guerriera e vorrei iniziare subito il mio olocausto cominciando a mietere la prima vittima, penso di non avere intorno le condizioni adatte e quindi scelgo la strategia del mimetismo. Cerco di essere come loro. Di mantenere un basso profilo e mi presto allo scontro.
Scontro nel quale è assolutamente inutile cimentarsi in quanto, anche se uno si impegna con tutte le sue forze, e recupera episodi della propria esistenza che farebbero piangere anche il bambino della Kinder, e che farebbero dire pure al più lagnoso esistenzialpessimistapoetamaledettocrepuscolarscapigliato “bè, però cazzo, tutto sommato te la sei passata male anche tu” , ecco, anche se ti impegni a rendere tutto più triste del triste, anche se alla fine menti e non racconti più di te, ma magari racconti la trama di “La bellissima estate” o dell’”Ultima neve di primavera”, ecco, comunque, per quanto di certo il tuo vocabolario sia estremamente più ricco e la tua fantasia più fervida e sicuramente più macabra, ecco, anche se a 15 anni cazzo eri pure dark, quindi più di così, ecco, comunque al tuo interlocutore alessandrino è andata peggio che a te.
Ma non gli è andata peggio nel senso che gli è successo qualcosa, qualunque cosa, no, è l’attitudine che tende al disfattismo totale che a me manca e per cui non posso competere. E’ un modus vivendi che non è mio e lui lo sa, lo sente nell’aria, dall’odore della mia pelle. Puzzo di ottimismo e vitalità, di gioventù e salute. Non piacerò mai agli alessandrini per questo motivo. Non sono una di loro e loro lo sanno subito.
Da quando entrano in negozio e mi chiedono “Allora come va?” .
Poi un giorno è successo. Entra uno degli uomini più validi dell’esercito degli Autocommiseratori e mi pone la domanda di rito per poter iniziare la solita disfida. Ma mi coglie sovrappensiero e mi sbaglio e dico la verità, dico “bene”. E allora penso ecco forse così ho vinto, forse l’ho messo in scacco perché non si aspettava questa risposta. Ecco, forse oggi lo porto nel mio terreno, quello in cui posso vincere, il terreno che odia il lamento e il vittimismo, ecco forse l’ho scampata e non dovrò sorbirmi 5 ore di racconti di quanto cazzo sei povero prendendo 1500 euro di pensione al mese (???), di quanto sei stanco delle code in posta, di quanto hai litigato con tua figlia per come si cucina la lepre, dell’incidente in auto che ha avuto tuo cugino di 9° grado in cui cmq non si è fatto niente ma ora la macchina è ammaccata –bè c’è l’assicurazione, -eeeeeeeeeh bè, ma quelli i soldi chissà quando glieli danno, dei 34761328765 tumori che hanno i suoi 456378765 parenti, di quanto sua figlia sia una rompicoglioni perché gli sbologna sempre la nipote (ma come, l’amore dei nonni???), di quanta fatica ha fatto a togliere tutti i pezzettini di carta dal suo balcone per colpa di quel maledetto pazzo del vicino di sopra (o come si dice…) che ogni volta legge il giornale poi lo fa a pezzi e lo butta tutto sul suo balcone. Ecco forse oggi tutto questo non succederà. Non gli ho dato l’aggancio. Ho sempre sbagliato a fingermi come loro e a mettermi in questo gioco al massacro in cui sarei sempre stata perdente e in cui avrei sempre e cmq, nonostante gli sforzi, mostrato la mia diversità essenziale.
Sì, la soluzione era questa. Mostrarmi senza paura. In tutta la mia forza e positività. “Allora, Come va?” “Bene”…..però a quel punto il mio avversario capisce che voglio evitare lo scontro, sente l’odore della mia paura. E allora, con espressione luciferina e voce infernale, dice quella frase che fa capire tutto…che fa capire che sa che volevo evitarlo. Che fa capire che io so di essere perdente in questo campo. Che fa capire che vorrei fuggire perché lui è superiore. “EEEEEEH (sospiro) BENE NON E’ BENISSIMO….”
Sì, cazzo, hai ragione, hai vinto, sei tu il mio Dio e Signore dell’autocommiserazione, Non potrò mai competere. Hai capito tutto. E anche oggi hai vinto.
Rimango senza parole, e lui attende che io attacchi con qualcosa che mi è andato storto, ma lì sul momento sono spiazzata, non mi viene in mente niente. Non so cosa dire e faccio il primo grande errore dello scontro, lascio a lui il tempo di prendere parola. E così comincia il solito massacro. Non posso far altro che gettare le armi e sopportare il dolore sperando che tutto sia il più breve possibile. E poi riprendere, come sempre da perdente, la mia purtroppo felice esistenza.